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06/02/2017
Presentazione del libro di Angelo Villa e Fabio Tognassi, "Contro l'etnopsichiatria", del 24 gennaio
immagine articolo Presentazione del libro di Angelo Villa e Fabio Tognassi, “E’ la loro cultura”. Gli psicoanalisti Angelo Villa e Fabio Tognassi, in questo piccolo, impertinente libretto dal titolo certamente urticante, interrogano questa affermazione che oggi tende a prevalere, a diventare onnipresente e pervasiva.
Ogni volta che una risposta si sostituisce ad una domanda, ogni volta che un discorso tende a chiudere e a spiegare, lo psicoanalista cerca di riaprire il discorso.

Cosa ne è oggi della riflessione sulle culture? Gli autori ipotizzano che in generale, rispetto allo straniero, all’Altro da sé, il discorso sociale metta in campo due risposte apparentemente differenti, ma sostanzialmente analoghe.
Una è la risposta “paranoica”. L’altro è lo straniero, il diverso, quello che minaccia la nostra identità, e che deve essere respinto, educato, adattato. In questo approccio, prevale la proiezione, ed è l’approccio appunto paranoide, che peraltro è tutt’altro che sparito, nel discorso sociale.

La seconda risposta, è la risposta che gli autori chiamano “moralistica”, o “buonista” e che altrettanto, produce chiusura e non permette di misurarsi davvero con l’alterità dell’Altro.
La risposta buonista è quella che ci fa dire che “straniero è bello” a priori, che l’incontro con l’altro arricchisce, che fa evolvere, a priori.
Questa risposta, se non è realmente messa al lavoro, serve a denegare, a forcludere, ad evitare la fatica, il trauma dell’incontro. L’incontro con la diversità è un processo, un processo non solo dialettico, un processo che non può essere senza resti, senza fatiche.

Il confronto con le culture altre, ci obbliga, dicono gli autori, a interrogare anche l’idea di “cultura” in rapporto all’idea di “civiltà”. Due significanti, due concetti, che spesso slittano anche da una lingua all’altra, ma che i due autori ci invitano a non considerare affatto sinonimi.
Con Freud, la civiltà, e il disagio che comporta, implica una rinuncia pulsionale in nome di un legame sociale. In questa ottica, non tutte le “culture” possono essere considerate civili, essendoci dentro alle proposte culturali di alcune culture, modi di interpretare il legame che non possono essere accettati acriticamente.
Si riferiscono, gli autori, al rapporto uomo-donna, alle pratiche di trattamento e di gestione del passaggio all’età adulta, e ad altre forme di elaborazione e trattamento del godimento.
In questo senso, il testo non è neutro, è un testo che si situa dentro al “frame” del pensiero occidentale, pensiero che fa della separazione, della soggettività,  una conquista essenziale.

Pietro Barbetta. Pur condividendo con gli autori qualche perplessità e qualche sospetto  nei confronti dell’etnopsichiatria -  entrambe del resto, sia la psichiatria che l’etnologia sono scienze coloniali - sollecita gli autori a riconsiderare il pensiero come “pensiero contro”. Pensare è prendere posizione, e non è pensare “contro”. In questo approccio egli ritrova l’illusione illuministica, l’approccio dialettico, proprio del pensiero occidentale dell’800, di cui certamente Lacan è un epigono, seppure alcuni suoi lettori si sono poi distaccati da questa visione, valorizzando l’inconscio come produzione, e non tanto come luogo dell’alterità.

Egli invita i due autori a ripensare il rapporto fra culture, osservando come l’emigrazione in paesi dove esistono generazioni di africani già stabilizzate, produca maschere “europee”, maschere anche linguistiche.
L’emigrazione, insomma, non è trauma in sé e per sé, e in questo gli autori e il discussant si trovano in sintonia. Il trauma è sempre soggettivo, individuale, è il prodotto di una serie complessa di ingredienti e di componenti, e solo il delirio di salvazione degli operatori porta a quelle risposte stereotipate, che non possono che chiudere ad un vero dialogo.

Solo i soggetti, uno per uno, sanno per quale motivo sono partiti proprio in quel momento, sanno perché si sono rivolti e hanno chiesto aiuto solo in quel momento. La costruzione del senso, il dialogo, falliscono se non si rispetta questa semplicissima regola, che è la regola di un dialogo che parte dall’ascolto. Oggi invece, troppo spesso al totalitarismo paterno, al divieto, fondato sull’imposizione di valori e di rituali, a cui conformarsi, si sostituisce quello che Tognassi chiama il totalitarismo materno, da cui le risposte proprie dei Servizi di cura non sono affatto immuni.

Il totalitarismo materno, è quello che risponde al soggetto prima di ascoltarne la domanda, è quello che sa già che le parole del soggetto sono da interpretarsi come “effetti della cultura di provenienza”, o “effetti del trauma” e ha già una ricetta, pronta, precotta, premasticata. Questo tipo di totalitarismo, produce effetti di profonda destabilizzazione sul processo stesso di soggettivazione.

Contro l’etnopsichiatria, è un piccolo libro che rimette al centro il pensiero e ci obbliga a prendere una posizione, anche politica.  Per il soggetto, prima di tutto.
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