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10/03/2017
Il “trauma” inferto dalla fisica quantistica e dalla psicoanalisi al pensiero occidentale: psiche “è” realtà.
immagine articolo Il “trauma” inferto dalla fisica quantistica e dalla psicoanalisi al pensiero occidentale: psiche “è” realtà. Il libro di Donato Santarcangelo e Tiziano Cantalupi, è stato presentato alla Casa della Psicologia il 21 febbraio 2017, insieme a due discussant,  il filosofo Vincenzo Maria Corseri e il giornalista Francesco Bruno.

Gli autori,  uno psicologo analitico e un fisico quantistico, ripercorrono e per certi aspetti anche riproducono, quanto già realizzato nei primi anni 50, da Jung e dal fisico premio Nobel Pauli, ovvero il tentativo di dire qualcosa di decisivo, rispetto alla questione psiche e materia. La storia della scienza, la rivoluzione newtoniana, e in seguito la sua profonda revisione ad opera di Einstein, arriva ad un epilogo addirittura straniante con la scoperta del comportamento delle micro particelle, scoperta che risulta scioccante per lo stesso Einstein.

Il grande scienziato, simbolo della ricerca scientifica e del pensiero occidentale,  cercò di opporsi e di criticare quanto la fisica quantistica andava mettendo in luce, dal momento che il fondamento stesso della fisica e della scienza occidentale, cioè il concetto di causalità, sembrava a quel punto venir superato inesorabilmente.

Se due fenomeni avvengono in contemporanea, in contesti spaziali diversi, nessun principio di causalità può essere invocato. Questo però è quanto effettivamente accade, in fisica molecolare. Il principio di causalità viene superato dalle teorizzazioni di Bohr, a metà del secolo scorso, e lo stesso Einstein dovrà arrendersi (anche se, sembra, non lo fece mai: Dio non può giocare a dadi!).

Ma non basta. Non solo la teoria quantistica relativa ai fenomeni di trasformazione di atomi, ma anche la teoria corpuscolare e ondulatoria della luce e la teoria della coincidenza, compenetrazione di osservatore e osservato, riducono i presupposti del pensiero occidentale stesso a qualcosa di inservibile.

Tutto questo, certo, tocca fino ad un certo punto l’uomo della strada, o noi comuni mortali, anche se molti ritrovati della tecnologia derivano direttamente dall’applicazione di questi principi, del tutto controintuitivi.

Siamo tuttavia immersi in questo “bagno”, anche epistemologico, e questo comporta la necessità, per i filosofi e per chi si occupa di psicoanalisi, di interrogarsi sul rapporto fra soggettività e conoscenza, fra pensiero e linguaggio, fra causalità e probabilità, nell’epoca del “trauma” scientifico, nell’epoca in cui, cioè, le stesse scienze “dure” abbandonano i postulati sui quali per secoli si sono appoggiate.

Nel mondo della psiche, la sincronicità, l’a-causalità, sono di casa fin da quando Freud ha parlato di inconscio. Freud è stato il primo a immettere la materialità del corpo, la pulsione, al centro del pensiero, non solo del suo pensiero. Il pensiero nasce da questo impasto, e il corpo stesso, nell’incontro con il significante, si impasta in modo irreversibile di simbolico. L’interrogazione che torna, lungo tutta l’opera di Freud, riguarda la ripetizione, che può essere intesa come la riflessione sul rapporto fra materia e simbolo, sulla tendenza della materia a insistere fino a risucchiare la vita. Con Jung, il concetto di “sincronicità” sembra adombrare esattamente lo stesso ordine di riflessioni che oggi interessano la fisica quantistica. Cosa farsene di tutte le premonizioni, gli avvertimenti, le costruzioni, gli scenari, che la psiche ci permette di aprire, con i sogni, con le coincidenze e le aperture che abbondano nella nostra vita quotidiana? La soggettività, se intesa come mera individualità, come IO pieno e consapevole di sé, è destinata a naufragare, a perdersi nel delirio dell’esattezza, della distinzione io/Mondo, nel delirio della logica “aut aut”, che oggi tende a lasciare profondamente solo l’uomo contemporaneo, in balia dei suoi mostri, così come a sterilizzare i vari campi di ricerca.

Solo valorizzando le Ombre, la logica del “et et”, la complessità della polisemia del simbolo e della coincidenza degli opposti, è possibile recuperare, anche in ambito psicoanalitico, l’essenza del progetto originario di Jung, ma non solo. Progetto che è progetto etico, ragion pratica.

Se la realtà è psiche, se la materia è tutt’uno con ciò che ne percepiamo, e non esiste una realtà data, se non è possibile districare in termini temporali il pensiero e il linguaggio, se il nostro pensiero è costruito dal linguaggio, e il nostro corpo è immerso nel linguaggio, se non è più possibile quindi, da nessun punto di vista, recuperare l’illusione egoica di dominare le Ombre, di signoreggiare sull’inconscio, di distinguere l’uomo dai suoi simboli, non resta che piegarsi alla sostanziale a-causalità del divenire e dell’accadere, così come al mistero dell’incontro fra materia e psiche, le quali sembrano profondamente compenetrate, intrise l’una dell’altra.

Anche i più recenti studi neuropsicologici, nella straordinaria opera divulgativa fattane dal grande Oliver Sacks, mostrano come il funzionamento del cervello risulti inspiegabile in termini di causalità lineare. La sovraesposizione, la sopravvalutazione fatta negli anni, dell’emisfero sinistro, non è che l’effetto di una modalità con cui la scienza occidentale e il suo paradigma ha contribuito ad oscurare, pur nello sforzo di chiarire, la complessità del funzionamento e dell’interconnessione delle funzioni superiori.

Prosopagnosia, disturbi di regolazione nel tempo, disturbi legati agli aspetti propriocettivi, dimostrano quanto l’emisfero destro incida, invece, nella costruzione del Sé e come tutto questo abbia a che vedere con la necessità di recuperare una visione olistica, complessa, dell’organismo umano e del corpo vivente. Corpo vivente che, con la rigida separazione degli emisferi, sembra aver riprodotto (nel discorso della scienza) il rifiuto degli Dei, il crollo della cosmologia  antica, in favore di un mondo fatto di parti separate e separabili.

Oggi, con gli studi di psico-neuro-immuno-endocrinologia, con le avvincenti scoperte neuropsicologiche , non è più possibile rimuovere il trauma che la scuola di Copenaghen ha offerto al mondo. Anche Einstein, ha dovuto arrendersi. Tuttavia, naufragare in questo mare aperto,  può essere dolce, perché apre la psicoanalisi e la riflessione filosofica a nuovi e ben più fecondi orizzonti non solo scientifici, ma soprattutto etici,  indicati da Jung e da molti epigoni del pensiero psicoanalitico e filosofico, in Oriente e in Occidente, non solo nel secolo scorso, ma anche nel corso dei millenni.
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